26 giugno 2012

Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro.

"C'è chi ha invocato l'opportunità di scrivere una 'storia condivisa': non sappiamo quanto ciò sia auspicabile e fino a che punto debba spingersi la condivisione, ma è certo che tale condivisione deve passare per la conoscenza dei fatti. La precondizione della storia condivisa è la fine del segreto condiviso che impedisce di conoscerli".
Non posso che essere d'accordo con il pensiero di Aldo Giannuli, docente di Storia del mondo contemporaneo ed autore di questo corposo saggio sull'ultima scoperta in merito ai servizi di informazione della Repubblica: il Noto servizio. E' il risultato di un lungo lavoro di ricerca e consultazione degli archivi della Presidenza del Consiglio, del Viminale, dei servizi di informazione italiani, dei tribunali e delle questure di Roma e Milano. Ma non solo. E' principalmente l'effetto dell'indubbia bravura di Giannuli di cogliere l'importanza di ciò che viene letto e metterlo in relazione con altri documenti, oltre che con il contesto storico e politico. Un libro di storia, appunto, che parte da lontano, dal fascismo, e arriva a coprire in pieno il periodo degli anni di piombo. L'esposizione dei fatti conosciuti si interseca con la novità emersa in merito al Noto servizio, i suoi protagonisti, le evidenze e le supposizioni. Queste ultime, va detto, sono più numerose delle evidenze, ma ciò non fa difetto alla ricerca, piuttosto stimola ad approfondire per avere conferme.
Cosa è stato, allora, il Noto servizio? Secondo Giannuli un servizio segreto a tutti gli effetti,  in funzione anticomunista, filoatlantica e filoimprenditoriale. Infatti esso si mosse fin dall'origine entro quello che l'autore definisce un triangolo composto da Cia, Sifar-sid e servizi degli industriali. Proprio il coinvolgimento delle grandi aziende italiane e di Confindustria rappresenta una peculiarità di questa struttura di intelligence, insieme all'importanza del contesto internazionale.Un numero di persone significativo, ma non enorme, che si è mosso nell'arco di quei decenni per svolgere lavori sporchi, ma soprattutto come garanti di una fedeltà assoluta alla causa. Tra loro emerge la figura di Adalberto Titta, ben lontano da un James Bond nostrano, ma efficace e risoluto. Sullo sfondo, Giulio Andreotti, forse non referente politico unico, ma probabile punto di riferimento costante per gli uomini impegnati nelle operazioni, così come per coloro che tenevano le fila del servizio.

Quanti sono i "misteri d'Italia" nei quali sono coinvolti gli uomini del Noto Servizio, altrimenti conosciuto come Anello? Giannuli non può fornire una risposta certa, ma opera una ricostruzione approfondita che lascia pochi dubbi: al di là del numero preciso, il coinvolgimento fu sostanziale.
Pertanto, lascia l'amaro in bocca la dichiarazione finale dell'autore: con questo libro intendo congedarmi dal campo di analisi che ho praticato per quasi un quarto di secolo.
Peccato, Giannuli. Spero ci ripensi. Spero continui ad essere un punto di riferimento per chi ancora non ci è arrivato a quel quarto di secolo, e magari pensa di andare anche oltre.

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