12 gennaio 2008

Incontro con l'autore: Dario Morgante

A dicembre ho visitato la fiera del libro di Roma, quella della media e piccola editoria. Dopo aver assistito all'incontro con Andrea Camilleri ho fatto un giro tra gli stand approfittando dell'approsimarsi dell'orario di chiusura, e sono rimasto colpito da un grande manifesto vicino lo stand della Newton Compton. Raffigurava la copertina che vedete qui a fianco, e visto l'argomento non ho potuto fare a meno di acquistare il libro. Il caso ha voluto che fosse presente anche l'autore, che mi ha firmato la copia.
"La compagna P38" è un bel romanzo ispirato alla realtà delle Brigate Rosse degli anni settanta. E' scritto bene, ha il ritmo giusto, è credibile, e accattivante. La storia della partecipazione di alcuni ragazzi di Primavalle (quartiere "difficile" di Roma) alla lotta armata non annoia mai, ed è credo una veritiera fotografia di quegli anni veramente particolari.
Dario Morgante è scrittore e sceneggiatore di fumetti, tramite il suo blog (unasconfittaimplacabile.splinder.com) sono entrato in contatto con lui e l'ho intervistato.


Domanda: cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo sulle BR?
Risposta: Ho sempre seguito con un certo interesse il periodo degli anni Settanta. Sono stati gli anni della mia infanzia, ma anche anni in cui il Paese ha cambiato radicalmente volto. Poi sono iniziati gli Ottanta, e come è andata a finire lo sappiamo tutti. Inoltre pur se io stesso non sono particolarmente attratto dalla violenza mi ha sempre colpito come un ideale politico potesse portare a scelte così radicali, investendo non pochi individui, ma una porzione considerevole di una generazione.

D: le vicende dei protagonisti fanno riferimento a personaggi realmente vissuti?
R: Quando si scrive un libro in genere i personaggi sono in qualche modo realmente esistenti nella vita dello scrittore. Ma per rispondere in maniera puntuale alla domanda allora sì, alcuni dei personaggi sono plasmati su protagonisti della lotta armata, che si sono raccontati a loro volta in libri di memorie e - talvolta - in romanzi.

D: nonostante siano passati trent'anni l'Italia non sembra riuscire a guardare con serenità al periodo della lotta armata. C'è ancora attenzione, polemiche, presunti misteri. Come mai, secondo te?
R: Non so che dirti, è una questione difficile e spinosa e io non sono un sociologo o un politologo. A braccio ti direi che la "lotta armata", ma più in generale le istanze rivoluzionarie di più generazioni, sono state sconfitte alzando il livello dello scontro. E' sempre stato lo Stato, o meglio, il blocco di potere che lo Stato ha rappresentato, a giocare la carta militare. Dalla strategia della tensione alle carceri speciali ha vinto la violenza bruta. Ma non è mai arrivata nessuna "pacificazione". Ma potrei sbagliare, certo. Magari più semplicemente non è facile superare una stagione armata.

D: come ti sei documentato? Hai parlato con ex brigatisti?
R: Esistono centinaia di libri in commercio sull'agomento "anni Settanta" e sulla lotta armata. Ho trovato molte più difficoltà a trovare qualche cosa sulla vita quotidiana di un militante. Ho anche pensato di compiere una serie di interviste ma alla fine ho attinto più alla mia memoria che altro, perché non volevo la responsabilità del raccontare le vere vite di altre persone.

D: come stanno reagendo i lettori ad un romanzo così politico? Pensi sia un tema che suscita interesse?
R: Ho ricevuto diverse email, uasi tutte da persone di quella generazione, e le reazioni sono state sempre positive. Mi ringraziano per aver raccontato la loro storia. E' una cosa imbarazzante, per me che nel 1978 avevo sette anni. Però è così. Ci sono molti libri "sul" terrorismo e gli anni Settanta, molti saggi. Anche moltissima memorialistica... e libri scritti da ex brigatisti, ma forse ci vuole distanza per raccontare. E quella distanza mi appartiene.

D: il romanzo ha il ritmo giusto, quali difficoltà hai incontrato nella stesura?
R: Le solite: sei seduto alla scrivania e devi scrivere. A me non piace molto il mestiere, mi distraggo facilmente... ritmo, trama e dialoghi non mi creano problemi. E' il gusto di scrivere che mi manca un po'.

D: il personaggio del generale Cattedrale è senza ombra di dubbio Carlo Alberto Dalla Chiesa, come mai hai cambiato il cognome e perché inserisci il protagonista Ermes nel commando killer?
R: Il generale Cattedrale è un personaggio di finzione, al quale ho attribuito azioni e battute che non sono quelle di Dalla Chiesa, tutto qui, sarebbe stato fazioso e offensivo non farlo.

D: come sei entrato in contatto con Newton Compton?
R: Collaboro con loro da diverso tempo, le cose poi vengono da sé...

D: cosa ne pensi della letteratura italiana contemporanea? La mia impressione è che logiche di mercato la facciano da padrone, è così?
R: Non amo la letteratura italiana. Non ho niente da criticare, solo non mi appassiona. Per quanto riguarda le logiche editoriali, be', non le conosco :)Ma è un argomento davvero vasto e complesso, non mi va di rispondere in modo affrettato, né di scrivere un saggio... quindi per questa... passo.

D: secondo te, cosa rimane oggi in Italia dell'esperienza della lotta armata?
R: La lotta armata in Italia è stata una guerra civile a bassa intensità, prosecuzione ideale della guerra partigiana. Questo è un Paese strano, che si crede "buono" ma che nel profondo è ostile e violento. La lotta armata è stata una deriva di un movimento, quello socialista, durato quasi duecento anni e che oggi è all'esaurimento della sua propulsione storica. Cosa è rimasto della lotta armata? Niente. Cosa è rimasto delle battaglie ideali che hanno attraversato il Novecento, delle loro conquiste e aspirazioni? Niente.

1 commento:

emerson ha detto...

Piu' che un Paese che si crede buono siamo sfacciatamente falsobuonista. Che e' peggio.