Registrazione audio della presentazione della nuova inchiesta di Paolo Cucchiarelli presso la Sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana - 09/06/2016
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10 giugno 2016
20 giugno 2013
Chi manovrava le Brigate rosse?
Chiunque voglia approfondire le proprie conoscenze sull'omicidio del Presidente Moro e della sua scorta, prima o poi si imbatte su questo nome: Hyperion. Se ne parla negli atti dei processi, nei documenti delle commissioni parlamentari, in numerosi saggi sull'argomento e abbondantemente su internet. Sembra essere un argomento sviscerato, eppure certezze non ce ne sono, solo un paio di ricorrenti considerazioni: è stato un Istituto di lingue con base a Parigi, ed è fortemente sospettato di avere avuto in realtà un ruolo centrale di coordinamento del terrorismo internazionale.
Il giudice Rosario Priore ed il giornalista Silvano De Prospo provano a colmare le lacune con questo volume edito da Ponte alle grazie, e vi riescono, almeno in parte. Non completamente, però, perché non c'è documentazione inedita o nuove testimonianze da presentare, e non è certo una mancanza degli autori. Il merito del loro lavoro sta nell'aver collegato fonti diverse ed evidenziato passaggi e collegamenti che portano ad una conclusione plausibile: l'istituto di lingue fu punto di raccordo tra realtà eversive di vari paesi europei, ed ebbe un legame particolare con le Brigate Rosse. E' su questo punto che si concentra maggiormente il libro, partendo dall'origine di quell'idea di coordinamento, individuabile nel pensiero e nelle azioni di Giangiacomo Feltrinelli, e ripercorrendo le tappe di nascita e sviluppo delle BR, il collegamento con il cosiddetto Superclan e quindi la scuola Hyperion. Vengono raccontate senza superficialità le storie di Curcio, Mara Cagol, Simioni, Dotti, Cavallo, la creazione della colonna romana e naturalmente il rapimento Moro. Ma c'è molto altro, tanti protagonisti e testimoni, ed il rapporto con gli ambienti francesi che consentì di instaurare la base dell'istituto a Parigi e non altrove.
Una storia in gran parte italiana, ma che a mio parere non va provincializzata. L'idea di un centro di coordinamento dell'eversione di sinistra va rapportata allo scenario geopolitico mondiale della guerra fredda, va rapportata all'Aginter Press, altro centro di coordinamento, e più in generale occorre inquadrarla in ciò che lentamente ma prepotentemente emerge dagli archivi negli ultimi anni: questi coordinamenti, le azioni dei servizi segreti, i rapporti con il Medio Oriente, indicano una strategia di controllo pressoché totale sull'eversione in Europa, sia di destra che di sinistra. Tutti i maggiori gruppi terroristici hanno coltivato rapporti che rimandano a livelli dotati di una visione globale del fenomeno, che, esattamente come la stessa guerra fredda, non ha mai veramente avuto la possibilità di sfociare in conflitto.
Esattamente come oggi, le risorse economiche garantivano il controllo politico, e le Brigate rosse hanno goduto di limitata autonomia, né più né meno della RAF, di Action Directe ed altri.
Il tutto, probabilmente, finalizzato non tanto al mantenimento di Yalta, quanto alla sua evoluzione.
Una storia in gran parte italiana, ma che a mio parere non va provincializzata. L'idea di un centro di coordinamento dell'eversione di sinistra va rapportata allo scenario geopolitico mondiale della guerra fredda, va rapportata all'Aginter Press, altro centro di coordinamento, e più in generale occorre inquadrarla in ciò che lentamente ma prepotentemente emerge dagli archivi negli ultimi anni: questi coordinamenti, le azioni dei servizi segreti, i rapporti con il Medio Oriente, indicano una strategia di controllo pressoché totale sull'eversione in Europa, sia di destra che di sinistra. Tutti i maggiori gruppi terroristici hanno coltivato rapporti che rimandano a livelli dotati di una visione globale del fenomeno, che, esattamente come la stessa guerra fredda, non ha mai veramente avuto la possibilità di sfociare in conflitto.
Esattamente come oggi, le risorse economiche garantivano il controllo politico, e le Brigate rosse hanno goduto di limitata autonomia, né più né meno della RAF, di Action Directe ed altri.
Il tutto, probabilmente, finalizzato non tanto al mantenimento di Yalta, quanto alla sua evoluzione.
30 gennaio 2013
"Quelli" della Uno Bianca.
Scritto dal giornalista Piero Baroni per Greco&Greco editori, il volume ambisce ad una rivisitazione critica della vicenda criminale che ha come protagonisti i fratelli Savi. E' un'operazione riuscita, anche se non completamente, perché soprattutto nei primi capitoli la narrazione risulta quasi confusionaria, a singhiozzo, poco fluida da seguire. Per apprezzare maggiormente il libro occorre avere già una buona conoscenza della storia della banda criminale, anche dal punto di vista processuale.
Tuttavia, il libro ha molti punti di forza che lo rendono importante, per avere maggiori capacità critiche riguardo a quegli eventi terribili che nascondono senz'altro ombre inquietanti.
Baroni, ottimo giornalista, ha il pregio di dare voce ai documenti, pubblicando anche interamente alcuni verbali di interrogatorio degli imputati, nonché documentazione investigativa ufficiale.
E' interessante quanto viene scritto a pagina 69: "Si può senz'altro affermare che i riflessi politici, i limiti professionali degli investigatori, la totale assenza di esperienze moderne nei criteri analitici dei fatti criminosi, e, per dirla in breve, l'inesistenza di investigatori di calibro adeguato nell'intero parco della polizia giudiziaria italiana, nonché l'ipoteca non sempre produttiva del vincolo costituito dalla prevalenza direzionale della magistratura, oltre le gelosie, i contrasti interni alla Questura di Bologna, si tramutarono in altrettanti micidiali scogli su cui si infransero per anni e anni i tentatividi venire a capo di tanti, troppi sconvolgenti fatti criminosi ". Una fotografia quanto mai efficace, direi, di una situazione che sfiorò il paradossale, se si pensa alla versione ufficiale dell'arresto dei Savi, oppure al tempo perduto prima di individuare gli assassini utilizzando la traccia delle armi, limitandosi a qualche esempio.
Risulta valida, oltre all'attenzione dedicata ad Eva Mikula, anche la scelta di pubblicare le notazioni prese in diretta durante i processi, i colloqui, le interviste, dichiaratamente senza consecutio logica.
Il capitolo dedicato alle riflessioni finali è condivisibile e si termina la lettura con la certezza che ancora una volta le sentenze definitive non sono da sole esaustive per comprendere la totalità di un fenomeno, specie se si tratta di un Mistero d'Italia.
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9 gennaio 2013
La variante Moro.
Cosa hanno in comune la cosiddetta operazione Condor ed il sequestro di Aldo Moro? In che modo si può procedere in parallelo nella narrazione degli eventi fino ad individuare un possibile punto di convergenza?
Ci dà una possibile risposta "La variante Moro", scritto da Elena Invernizzi per Round Robin.
Ci dà una possibile risposta "La variante Moro", scritto da Elena Invernizzi per Round Robin.
Utilizzando l'efficace pretesto narrativo di una partita a scacchi tra due misteriosi personaggi, l'autrice affronta due argomenti apparentemente scollegati: l'eccidio di Via Fani ed il conseguente sequestro Moro, e le attività degli Stati Uniti in Sud America per contrastare l'avanzata del comunismo.
I protagonisti della partita svelano gradatamente le loro conoscenze dei fatti, e l'analisi non risulta mai banale, in particolare su Via Fani. Un esempio di sintesi significativo, perché la semplice esposizione dei fatti rende palese la dimensione del segreto ancora oggi custodito su quanto avvenne il 16 Marzo del 1978.
A metà strada tra un saggio ed un lungo racconto, il libro percorre un itinerario coerente, che conduce ad una delle figure più sfuggenti dell'affaire Moro, quel Giustino De Vuono che tanto operò anche in Sud America, appunto.
Come ricorda nel libro la Invernizzi, secondo lo storico Aldo Giannuli accertare la presenza di De Vuono in Via Fani mette in discussione l'intera lettura ed interpretazione del sequestro, perché Mario Moretti dovrebbe innanzitutto spiegare in che modo le Brigate Rosse entrarono in contatto con il calabrese. Fu veramente lui il formidabile killer che sparò la maggior parte dei colpi durante l'agguato? Era lui il calabrese immortalato nelle foto scattate poco dopo l'eccidio e misteriosamente scomparse dall'indagine?
L'opera di Elena Invernizzi ha elementi interessanti, è originale, e costituisce un approccio diverso per informare chi non conosce i fatti. A suo modo rappresenta un valido antidoto all'oblio del "tutto noto, niente da rivelare".
2 novembre 2012
La "banda 22 ottobre".
Il libro di Paolo Piano nasce come tesi di laurea in Storia presso l'Università degli studi di Genova, nel 1996. Dopo una prima pubblicazione alcuni anni dopo, nel 2008 esce questa edizione per DeriveApprodi. L'autore ha basato il lavoro sugli atti giudiziari, la stampa dell'epoca e le testimonianze dirette dei protagonisti, raccolte nell'arco di un decennio circa. Il risultato è di notevole interesse, specie perché gli albori della lotta armata in Italia sono un territorio alquanto inesplorato.
La banda deve il nome alla data di un biglietto ferroviario per Genova emesso il 22 ottobre 1969, trovato a casa di Mario Rossi durante una perquisizione. In realtà il gruppo si definiva Brigata Gap, come quelle di Milano e Trento. Furono tra i primi a dare inizio alla lotta armata in Italia, e la loro importanza si riflette anche nell'azione delle Brigate Rosse del 1974, quando rapirono il pubblico ministero Mario Sossi chiedendo la liberazione di alcuni militanti della "22 ottobre".
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10 ottobre 2012
L'Italia della Uno bianca.
Il magistrato Giovanni Spinosa è stato titolare dell'indagine sui crimini della Uno bianca. Ha sostenuto l'accusa alla Corte di Assise di Bologna contro Marco Medda e tre giovani del Pilastro per l'eccidio del 4 Gennaio 1991. Un processo stravolto dall'arresto e dalle successive confessioni dei fratelli Savi, che portarono all'assoluzione di Medda e degli altri imputati.
Dopo tanti anni, Spinosa ha scritto per Chiarelettere un libro nel quale ricostruisce l'intera vicenda della banda della Uno bianca, dando vita ad un testo ben documentato, pragmatico, a tratti sconvolgente.
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26 giugno 2012
Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro.
"C'è chi ha invocato l'opportunità di scrivere una 'storia condivisa': non sappiamo quanto ciò sia auspicabile e fino a che punto debba spingersi la condivisione, ma è certo che tale condivisione deve passare per la conoscenza dei fatti. La precondizione della storia condivisa è la fine del segreto condiviso che impedisce di conoscerli".
Non posso che essere d'accordo con il pensiero di Aldo Giannuli, docente di Storia del mondo contemporaneo ed autore di questo corposo saggio sull'ultima scoperta in merito ai servizi di informazione della Repubblica: il Noto servizio. E' il risultato di un lungo lavoro di ricerca e consultazione degli archivi della Presidenza del Consiglio, del Viminale, dei servizi di informazione italiani, dei tribunali e delle questure di Roma e Milano. Ma non solo. E' principalmente l'effetto dell'indubbia bravura di Giannuli di cogliere l'importanza di ciò che viene letto e metterlo in relazione con altri documenti, oltre che con il contesto storico e politico. Un libro di storia, appunto, che parte da lontano, dal fascismo, e arriva a coprire in pieno il periodo degli anni di piombo. L'esposizione dei fatti conosciuti si interseca con la novità emersa in merito al Noto servizio, i suoi protagonisti, le evidenze e le supposizioni. Queste ultime, va detto, sono più numerose delle evidenze, ma ciò non fa difetto alla ricerca, piuttosto stimola ad approfondire per avere conferme.
Cosa è stato, allora, il Noto servizio? Secondo Giannuli un servizio segreto a tutti gli effetti, in funzione anticomunista, filoatlantica e filoimprenditoriale. Infatti esso si mosse fin dall'origine entro quello che l'autore definisce un triangolo composto da Cia, Sifar-sid e servizi degli industriali. Proprio il coinvolgimento delle grandi aziende italiane e di Confindustria rappresenta una peculiarità di questa struttura di intelligence, insieme all'importanza del contesto internazionale.Un numero di persone significativo, ma non enorme, che si è mosso nell'arco di quei decenni per svolgere lavori sporchi, ma soprattutto come garanti di una fedeltà assoluta alla causa. Tra loro emerge la figura di Adalberto Titta, ben lontano da un James Bond nostrano, ma efficace e risoluto. Sullo sfondo, Giulio Andreotti, forse non referente politico unico, ma probabile punto di riferimento costante per gli uomini impegnati nelle operazioni, così come per coloro che tenevano le fila del servizio.
Quanti sono i "misteri d'Italia" nei quali sono coinvolti gli uomini del Noto Servizio, altrimenti conosciuto come Anello? Giannuli non può fornire una risposta certa, ma opera una ricostruzione approfondita che lascia pochi dubbi: al di là del numero preciso, il coinvolgimento fu sostanziale.
Quanti sono i "misteri d'Italia" nei quali sono coinvolti gli uomini del Noto Servizio, altrimenti conosciuto come Anello? Giannuli non può fornire una risposta certa, ma opera una ricostruzione approfondita che lascia pochi dubbi: al di là del numero preciso, il coinvolgimento fu sostanziale.
Pertanto, lascia l'amaro in bocca la dichiarazione finale dell'autore: con questo libro intendo congedarmi dal campo di analisi che ho praticato per quasi un quarto di secolo.
Peccato, Giannuli. Spero ci ripensi. Spero continui ad essere un punto di riferimento per chi ancora non ci è arrivato a quel quarto di secolo, e magari pensa di andare anche oltre.
Peccato, Giannuli. Spero ci ripensi. Spero continui ad essere un punto di riferimento per chi ancora non ci è arrivato a quel quarto di secolo, e magari pensa di andare anche oltre.
15 aprile 2012
Il cuore occulto del potere.
Più che per le loro imprese in difesa della democrazia, i servizi segreti italiani sono conosciuti per l'accostamento con la parola "deviati". I servizi deviati sono tra i protagonisti della stagione delle stragi, con i loro depistaggi, e vanno a braccetto con con un'altra forma di deviazione, quella della massoneria. Nella P2 (massoneria deviata) abbondavano i funzionari dei servizi (deviati). Nell'immaginario collettivo italiano, il complicato intreccio di sigle di Sid, Sifar, Sismi e Sisde è un crogiuolo di attività illecite, dossieraggio a scopo politico, fondi neri, protezione di terroristi, oltranzismo atlantico e quant'altro.
C'è molto di vero, perchè le commissioni parlamentari d'inchiesta e le sentenze di Cassazione lo certificano, ma è probabile che il settore sia vittima di operazioni mirate a screditare, nonché di lotte interne di potere piuttosto feroci. La stampa e la saggistica forniscono in buona parte informazioni molto filtrate, da usare come lame affilate.
Prova ne è, a mio avviso, il silenzio che circonda il servizio segreto del Ministero dell'Interno, che si chiamava Uffico Affari riservati, ed i suoi funzionari più importanti, tra i quali spicca Federico Umberto D'Amato. Il libro di Giacomo Pacini, ricercatore dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea di Grosseto, finalmente ne ricostruisce la storia, e prova a diradare qualche nebbia. Ne esce fuori un saggio con i piedi piantati nella realtà delle fonti, ma che non rinuncia a ragionare sui fatti, collegandoli, per capire quanto fondamento ci sia nei sospetti che gravano soprattutto intorno al direttore D'Amato.
Alcune cose emergono con chiarezza. L'UAR è stato, per certi versi, il più autentico servizio segreto italiano in quegli anni, apparentemente immune a veleni e condizionamenti. Federico Umberto D'Amato fu spregiudicato e risoluto, ma non fu mai seriamente investito da inchieste giudiziarie. Per certi versi, si può accostare la sua figura a quella di Andreotti: controversa, chiacchierata, odiata, ma anche rispettata.
Ma l'Ufficio ebbe un ruolo significativo fin dall'inizio della sua storia, quando si diede un'organizazione interna da intelligence moderna, raggiungendo l'apice del potere a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Un libro non può esaurire un argomento, ma a maggior ragione la ricerca di Pacini assume valore, perché finalmente ora c'è un punto dal quale partire.
26 febbraio 2012
Il golpe inglese.
"I principi e le regole della democrazia sono estranei alla natura del popolo italiano, che non si interessa di politica e le cui esperienze in questo campo hanno sortito l'unico risultato di accrescere il suo innato scetticismo. La gran massa degli italiani è individualista e politicamente irresponsabile e si preoccupa soltanto dei suoi problemi economici più urgenti. Mussolini aveva ragione a dire che gli italiani sono sempre stati povera gente."
(Giudizio dell'ambasciatore britannico presso la Santa sede, sir D'Arcy Osborne, in un rapporto inviato al goveno di Londra nel 1943).
Lo storico Mario José Cereghino ed il giornalista Giovanni Fasanella, partendo dai documenti desecretati degli archivi nazionali britannici e degli Stati Uniti, hanno ricostruito il rapporto tra Italia e Gran Bretagna nel loro aspetto più segreto, lontano dalla diplomazia ufficiale e dai dibattiti parlamentari. Ne esce un quadro inquietante, dove la democrazia ed il rapporto di alleanza vengono messi ai piedi degli interessi economici e strettamenti egoistici della Gran Bretagna, ma anche dell'Italia. Si scopre ad esempio che il rigore geopolitico generato da Yalta ha dovuto fare i conti con la particolare situazione italiana, provocando sorprendenti avvicinamenti tra i due blocchi contrapposti, così come trova conferma lo strano rapporto tra Churchill ed il fascismo, nella persona del Duce.
Proprio dal delitto Matteotti parte l'analisi degli autori, che dimostrano di essersi accostati allo studio dei documenti senza preconcetti, ma con la capacità e la libertà mentale di mettere insieme i pezzi e trovare una logica nei comportamenti degli attori, sia appartenenti all'intelligence, sia alla politica di governo. In fondo non sorprende leggere con quanta energia i britannici volessero difendere un dominio economico sul piano internazionale, ed è inevitabile l'importanza data all'approvvigionamento energetico. Ciò che colpisce, e che emerge chiaramente dall'analisi dei documenti ufficiali, è l'azione a trecentosessanta gradi operata dal governo e dall'intelligence britannici, sfruttando tutto ciò che viene ritenuto funzionale al raggiungimento dell'obiettivo. Non è un problema di leggi, perché l'intelligence ha la necessità di operare al di là dei limiti, quanto di valori, che di fatto sono quasi assenti. In questo senso è significativo l'attrito tra Gran Bretagna e Stati Uniti in merito all'Italia, all'indomani della fine della guerra e della caduta del Fascismo. Gli americani riconoscono al popolo italiano il diritto di operare con una certa, pur limitata libertà per costruire il proprio destino, senza naturalmente mettere in pericolo l'allenza occidentale. La Gran Bretagna sostanzialmente non riconosce questo diritto, sia per un innato giudizio sprezzante nei confronti dell'Italia (e non solo), sia perché sempre e comunque l'interesse britannico deve essere al primo posto e non può essere minacciato.
All'Italia viene rimproverata una politica volta ad un'amicizia multilaterale, che consente di ottenere vantaggi da più parti, ma a Londra seguono lo stesso concetto, solo che lo attuano con la loro tipica arroganza. La vicenda Mattei è illuminante, sia perché rivela la preoccupazione che sfiora il panico, sia perché sottolinea quasi l'incredulità con la quale gli inglesi assistono alla brillante azione dell'Eni. La verità, azzarderei, è che gli inglesi non concepiscono affatto che gli italiani abbiano simili inizative, che operino con intelligenza, che siano vincenti. Una posizione dura ma anche sostanzialmente sciocca, che provoca reazioni gravi e scomposte, ma anche idiozie dai risultati modesti, come il reiterato tentativo di influenzare l'opinione pubblica italiana attraverso i giornali e la televisione. Sono molti i giornalisti, i politici, i personaggi dello spettacolo che sembrano operare a favore degli inglesi, i documenti parlano a proposito, ma i successi non sembrano significativi, probabilmente perché l'influenza degli Stati Uniti e del Vaticano è di gran lunga maggiore.
E' anche per questo che l'azione britannica subisce una probabile progressione nel momento in cui il quadro politico italiano vira pericolosamente verso un'alternanza democratica tra la DC di Moro ed il PCI di Berlinguer, non particolarmente amato neppure dai Sovietici. Qui la situazione cambia, e gli inglesi lavorano meglio, perché l'Italia toglie il sonno a molti, anche al di là dell'Atlantico, così come a Mosca. La convergenza di interessi ha dato modo agli inglesi non solo di operare, ma di farlo anche all'ombra degli Alleati. Sono loro che pensano seriamente ad un colpo di Stato, sono loro che valutano appoggi ad azioni sovversive, ma la Storia ha sempre parlato di un'azione dominante degli Stati Uniti per impedire l'ingresso dei comunisti al governo.
Leggendo il prezioso lavoro di Cereghino e Fasanella l'impressione che monta è proprio questa: la guerra segreta per il controllo del petrolio e dell'Italia gli inglesi l'hanno condotta sempre, e con risultati alterni, ma intorno al 1976 sono maturate le condizioni a livello internazionale per infliggere i colpi decisivi, e farlo senza metterci la faccia, ma scaricando su altri il lavoro sporco.
Sul caso Moro manca una vera analisi dei documenti, ma ho l'impressione che questo sarà tema di un prossimo lavoro di Fasanella, profondo conoscitore del tema.
21 gennaio 2012
Il covo di Stato.
Non sono pochi coloro che considerano Sergio Flamigni (ex parlamentare del Pci, e membro di importanti commissioni d'inchiesta quali P2, Moro ed Antimafia) un complottista. Giudizio volutamente ingeneroso, poiché Flamigni ha il grande merito di non aver mai abbassato la guardia sui segreti del caso Moro, di non aver mai creduto ciecamente alle versioni dei "dissociati". I fautori del "non c'è altro da sapere" non possono che considerarlo come il fumo negli occhi. Flamigni è tutt'altro che complottista, perché ha la buona abitudine di dare una grande importanza ai fatti, di cercare nei documenti, di inseguire riscontri incrociati. Come in occasione di precedenti libri, tutto ciò è confermato ne "Il covo di Stato - Via Gradoli 96 e il delitto Moro". L'inchiesta è condotta con scrupolo, si legge con avidità perché ci si può fidare, non vengono esposte teorie ma vengono inanellati i fatti, le date, i nomi ed i cognomi. Insomma, ciò che serve quando si scrive sul rapimento di Aldo Moro con l'intenzione di chiarire davvero cosa sia successo.
Nel caso del covo di Via Gradoli, base operativa dei vertici della colonna romana delle Brigate Rosse, c'è addirittura una sovrabbondanza di materiale, perché i fatti sono numerosi, chiari ed inoppugnabili. Lo scandalo dell'utilizzo dei fondi riservati del Sisde da parte di alcuni esponenti dei Servizi, scoppiato nella prima metà degli anni Novanta, ha aperto uno squarcio sull'attività di molti personaggi, svelando una connessione fenomenale con gli eventi del 1978. Le prove documentali non lasciano dubbi sul fatto che l'appartamento abitato in Via Gradoli da Mario Moretti fosse letteralmente circondato da immobili nella disponibilità di fiduciari dei servizi segreti italiani. L'intreccio tra uomini e società immobiliari è impressionante, e testimonia la disinvoltura con la quale operavano queste persone. Ritenere una semplice casualità che in mezzo a questo groviglio avesse posto una base fondamentale il gruppo che pianificava il sequestro di Aldo Moro è un atto di fantasia, di voluta malafede. A ciò va aggiunta la presenza, nelle medesime palazzine, di informatori della polizia, come Lucia Mokbel, e di un carabiniere compaesano di Mario Moretti, Arcangelo Montani, nonché la successiva presenza di Vincenzo Parisi, futuro capo del Sisde.
Accanto a queste notizie clamorose, il libro presenta numerosi altri spunti, quali il rapporto tra la signora Bozzi Ferrero, proprietaria dell'appartamento in Via Gradoli utilizzato da Moretti, e Giuliana Conforto, proprietaria dell'appartamento in Viale Giulio Cesare dove trovarono rifugio Valerio Morucci e Adriana Faranda fino al giorno dell'arresto. Oppure il legame tra gli episodi chiave del 18 marzo 1978: la scoperta del covo ed il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, legame che passa anche per il materiale trovato nel covo, manuali per l'utilizzo di radio, e la presenza di un ponte radio nei pressi del Lago della Duchessa.
Altro aspetto interessante, e costante nella vicenda Moro, riguarda coloro che ebbero un ruolo ambiguo durante il sequestro e che furono protagonisti negli anni seguenti di carriere importanti. Fortuna e coincidenza. Oppure una gratitudine pagata molto bene.
11 dicembre 2011
Il memoriale della Repubblica.
Miguel Gotor, professore di Storia Moderna all'Università di Torino, prosegue lo studio degli scritti di Aldo Moro dalla prigionia con questo volume edito da Einaudi. In "Lettere dalla prigionia" aveva analizzato le missive del prigioniero con ottimo risultati, ne "Il memoriale della Repubblica" si concentra sul resto degli scritti ritrovati, in due tempi, nel covo BR di Via Monte Nevoso a Milano. Stavolta l'orizzonte si allarga, l'ambizione si approfondisce, poiché lo studio diventa occasione per mettere a nudo gli equilibri del potere italiano tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, vale a dire il periodo racchiuso tra i due ritrovamenti dei dattiloscritti prima, e delle fotocopie di manoscritto poi.
Differentemente dalla metodologia che aveva caratterizzato lo studio delle lettere, stavolta l'autore non propone lo scritto nella sua forma integrale, analizzando la singola parola, la grafia, la dimensione testuale. Ciò avviene in parte, e negli ultimi capitoli. L'ossatura del libro è formata dalla storia dei due ritrovamenti, e dal carico di misteri e segreti che l'accompagnano. Gli scritti di Moro hanno una forza d'impatto che trascende il loro contenuto e diventa dirompente nel potenziale, in ciò che potrebbero contenere.
Non a caso, i protagonisti di questa vicenda sono coloro i quali hanno avuto in quegli anni le leve del potere tra le mani: Giulio Andreotti, Licio Gelli, Bettino Craxi, la loggia massonica P2, i servizi segreti, il generale Dalla Chiesa, i vertici dell'Arma dei carabinieri, e chissà chi altro, tra chi non appare mai e conta forse più degli altri.
La ricostruzione storica è puntuale, fedele, convincente. I retroscena legati al primo ritrovamento, con quella che Gotor definisce l'operazione Monte Nevoso bis, rappresentano un punto di chiarezza sul ruolo della P2, e sui comportamenti di Dalla Chiesa, stretto tra la ragion di Stato ed il desiderio di avere tutto.
Gotor individua i lettori precoci del memoriale, coloro che hanno avuto tra le mani una versione più completa rispetto a quella ufficialmente divulgata nel 1978, e scava a fondo su questo, analizzando gli articoli di Pecorelli, di Scialoja, le dichiarazioni di Cossiga, e le trame che hanno ruotato intorno a quelle carte.
Un merito del testo è senz'altro l'onesta di pensiero su ciò che non ci è pervenuto, l'ur-memoriale. Il rigore storico non ammette giudizi sbrigativi. Quelle fotocopie di manoscritto non rappresentano l'intero memoriale scritto da Moro, e le carte originali chissà dove sono, probabilmente all'estero, e chissà in quali mani, se sicure o al contrario a tutt'oggi ricattatorie.
Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia sono realmente causa di lotte di potere a volte feroci, che si sono snodate lungo decenni e ancora oggi trascinano i propri segreti. L'impostazione dell'autore è pertanto felice e centra il risultato, risultando preziosa sia per chi quelle carte le conosce bene, sia per chi dovesse avvicinarsi per la prima volta ad un argomento così complesso.
Peccato per la mancanza di un'analisi testuale degli scritti, e per la frase che chiude la presentazione in terza di copertina. "Un enigma italiano, e la sua soluzione". Questo libro porta molta luce, ed è soluzione di parte dell'enigma, ma le domande sono ancora molte. Il lavoro di Gotor ci fa ben sperare che in futuro altri tasselli vengano uniti alla ricostruzione della vicenda che rappresenta il punto di svolta della storia della nostra Repubblica.
19 maggio 2011
La prigione fantasma.
Per conoscere la verità sul luogo di detenzione del prigioniero Aldo Moro e la dinamica del suo assassinio, è sufficiente ascoltare o leggere le dichiarazioni dei brigatisti. Loro sono i protagonisti del sequestro, loro hanno allestito la prigione del popolo, loro hanno ucciso Aldo Moro.
Valerio Morucci, Adriana Faranda, Mario Moretti, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari, nel corso degli anni, hanno rivelato dove fosse il covo, quali le persone coinvolte, chi e quando sparò.
Roma, Via Montalcini numero 8, interno 1. Renault 4 rossa. Cassa di legno. Cesta di vimini. Via Caetani. Letto, firmato e sottoscritto. Perché parlare di prigione fantasma? Perché questa ostinazione da complottardi?
Sergio Flamigni, già senatore del PCI, membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia, profondo conoscitore della materia, fornisce la più semplice delle risposte: perché i brigatisti mentono. Ognuno di loro racconta una verità, il più delle volte incompatibile con le versioni degli ex compagni.
Chi portò Moro in Via Montalcini? Impossibile rispondere, le versioni sono contrastanti.
Com'era fatta la prigione del popolo? Impossibile rispondere, le versioni sono contrastanti.
I colloqui con Moro erano registrati? Impossibile rispondere, le versioni sono contrastanti.
Quale fu la dinamica dell'omicidio? Impossibile rispondere, le versioni sono contrastanti.
Con il rigore che accompagna sempre i documenti ed i fatti, Flamigni ripercorre interamente la storia del covo di Via Montalcini, il coinvolgimento dei protagonisti, le risultanze investigative e peritali. Non vi è spazio per congetture, supposizioni, voli di fantasia o conclusioni affrettate, perché ogni cosa si palesa trasparente, limpida, e dimostra quanto sia irricevibile la verità confezionata in primis da Morucci, e successivamente avallata e goffamente arricchita dai suoi compagni. Una verità presentata nel corso degli anni, mai per caso, saldamente legata alle contropartite promesse e mantenute da settori della Democrazia Cristiana. Uno scenario quasi incontestabile, presentato con precisione e senza preconcetti lungo capitoli che si leggono con avidità, provocata dallo sdegno che scaturisce spontaneo, inevitabile. Come si può accettare la spiegazione fornita per la presenza di sabbia e bitume sugli abiti di Moro? Come si può accettare il racconto degli spostamenti da Via Fani a Via Montalcini? Come si può accettare il racconto dell'omicidio nel garage, l'orario, la sequenza dei fatti? Come si possono accettare i balbettamenti di Maccari?
Eppure sono in molti a farlo. Non solo, in molti combattono affinché non si sollevi più alcun dubbio, e difendono a piè sospinto l'indifendibile.
Da questo punto di vista, l'ultimo capitolo del libro di Flamigni, che riporta le conclusioni di Alfredo Carlo Moro nel suo "Storia di un delitto annunciato", è un macigno, di quelli che chiudono il discorso. Ma forniscono una gran quantità di stimoli.
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7 maggio 2011
La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi.
La Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2 si è costituita il 9 dicembre del 1981 ed ha presentato le relazioni conclusive nel Luglio del 1984. E' stata sempre presieduta dall'Onorevole Anselmi, autrice della relazione di maggioranza, nella quale la Loggia Massonica avente come Gran Maestro Licio Gelli viene descritta come associazione segreta con chiare finalità politiche eversive.
La lettura del documento di maggioranza è utile per apprezzare meglio il libro a cura di Anna Vinci, edito da Chiarelettere. Gli appunti di Tina Anselmi costituiscono una testimonianza straordinaria, che fissa nel tempo impressioni, valutazioni e retroscena su un periodo particolarmente importante nella storia della Repubblica. La gran quantità di persone coinvolte, e le relazioni che ne conseguono, danno vita ad una trama a volte difficile da comprendere, ma sono in realtà la prova di quanto estesa fosse l'ombra della P2 sulla vita pubblica italiana. Il libro è arricchito anche dalla pubblicazione dell'originale di alcuni degli appunti della Anselmi e da un'appendice che costituisce la chiusura ideale dopo la serie di appunti.
Gli scritti del Presidente Anselmi sono come un'evidenziatore, che nella mole impressionante di documentazione riguardante la P2 indirizza la nostra attenzione sui punti salienti, sui collegamenti tra le testimonianze, sulle reazioni della politica che viveva con grande ansia il lavoro svolto dalla Commissione. Le frasi brevi, le considerazioni spontanee che accompagnavano le audizioni dei testimoni, la sua stessa calligrafia su carte intestate, ci consentono di entrare davvero in un contesto istituzionale, hanno un sapore di democrazia.
Sono anche questi i motivi che rendono preziosa la pubblicazione curata da Anna Vinci, scrittrice e giornalista, in questo caso soprattutto amica dell'Onorevole Anselmi. Non mancano, naturalmente, i riferimenti al caso Moro, soprattutto con interessanti considerazioni sulla situazione internazionale. Più di una persona suggerì un parallelismo tra il contesto italiano ed il contesto polacco. In questo senso, il 1978 fu indubbiamente un anno significativo, come gli eventi di questi giorni ci ricordano.
19 aprile 2011
Intervista a Valerio Lucarelli.
"Vorrei che il futuro fosse oggi" ha suscitato molto interesse ed ha avuto un buon risultato di vendite, tanto che in autunno uscirà con una nuova edizione. L’autore, il napoletano Valerio Lucarelli, ha risposto alle mie domande su NAP, terrorismo ed attualità.
Perché hai deciso trattare l’argomento NAP?
Prima ancora di scriverlo, questo è il libro che avrei voluto leggere. Ma non esisteva. Ho dunque avvertito l’urgenza di colmare un vuoto. Addentrarmi nelle viscere della vicenda nappista, non solo mi ha permesso di coglierne l’assoluta originalità, ma mi ha anche rivelato il motivo di tanto silenzio. Ipocrisia e sensi di colpa irrisolti, hanno suggerito a tanti tra intellettuali e protagonisti dell’epoca, di guardarsi bene dal raccontare quel frammento esplosivo.
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14 aprile 2011
Toghe rosso sangue.
In Italia i magistrati uccisi sono molti. Alcuni di essi vengono considerati eroi ed hanno il tributo che meritano, sia nei mezzi di comunicazione, sia tra i cittadini. La gran parte di essi giace nello stretto ricordo di chi ha voluto loro bene, senza che ci siano pubbliche cerimonie di commemorazione. A volte la giustizia ha punito i responsabili, per altri i colpevoli non hanno mai fatto un solo giorno di galera, né tantomeno subìto una condanna. Non solo Falcone e Borsellino, quindi, ma soprattutto non solo mafia, perché in Italia i magistrati sono stati uccisi da diverse entità: 'ndrangheta, assassini isolati, aspiranti terroristi e terroristi veri, di sinistra e di destra, perfino estremisti islamici.
Il libro di Paride Leporace, giornalista con una carriera importante ed attuale direttore de "Il quotidiano della Basilicata", colma un vuoto colpevole, quello dell'assenza di un volume che riunisca le storie di questi servitori dello Stato, che sono anche uno spaccato di storia d'Italia, nei suoi aspetti criminali più infimi e dolorosi, ferite che la nostra cultura democratica non ha contribuito a rimarginare, lasciando spesso soli i familiari. Come per gli appartenenti alle forze dell'ordine caduti in servizio, nei tribunali d'Italia sono sparse targhe commemorative, e talvolta la toponomastica fa entrare nel quotidiano dei cittadini nomi che tuttavia non suscitano adeguata considerazione.
Conoscere questo tragico percorso è un aspetto imprescindibile della consapevolezza di ciò che siamo stati. Non si può capire la mafia limitandosi agli attentati del 1992, è necessario ad esempio sapere ciò che è accadutto a Chinnici.
Non si può parlare di Prima Linea rimanendo all'oscuro della personalità di Alessandrini, non si può parlare di NAR senza sapere nulla di Mario Amato.
Ogni capitolo non può necessariamente esaurire l'argomento, ma ciò è un vantaggio, poiché sprona ad approfondire.
"Toghe rosso sangue" è un titolo azzeccato, perché in un'epoca nella quale la politica si scontra frontalmente con la magistratura, e quest'ultima assume comportamenti da soggetto politico, diventa fondamentale riportare il rapporto tra cittadini e giudici in una dimensione di verità. Paride Leporace contribuisce sensibilmente a questa esigenza scrivendo pagine di cronaca attente all'umanità, alla professionalità, alla sofferenza delle vittime. Una narrazione ben lontana dall'attuale cronaca dei quotidiani, e questo contrasto è il migliore antidoto contro la deriva rappresentata dallo scontro istituzionale.
Forse è impossibile impedire che l'elenco dei giudici assassinati si accresca di nuovi nomi, ma è indispensabile che i cittadini conoscano chi sono, su cosa hanno lavorato, quanto sia importante rendere loro giustizia.
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5 gennaio 2011
Vorrei che il futuro fosse oggi.
A Dicembre ho assistito alla presentazione del libro di Valerio Lucarelli nell'ambito di "Più libri più liberi", la manifestazione romana dedicata alla piccola e media editoria. Non ne ho ricavato un'ottima impressione, forse perché non avevo ancora letto il libro, o forse a causa di un paio di situazioni sfavorevoli. Benedetta Tobagi, relatrice della presentazione, sembrava capitata lì per caso e si è dimostrata una scelta poco felice, anche se indubbiamente il suo nome ha attirato pubblico. Inoltre, mentre Lucarelli e la Tobagi stavano lì ad interrogarsi sul rapporto tra NAP e geometrica potenza, mi sono accorto di avere un paio di file dietro di me Valerio Morucci, ed ho trattenuto a stento l'istinto di alzarmi e chiedere a gran voce qualche delucidazione in più su la presunta "geometrica potenza".
Molto meglio parlare del libro, che Valerio Lucarelli ha scritto molto bene, con un taglio a metà tra il saggio erudito ed il racconto appassionato. Nel panorama variegato e realmente complesso della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, i NAP hanno molti elementi distintivi, e Lucarelli li presenta con precisione, ed anche onestà, il che non guasta. A tratti il racconto sembra esaltare eccessivamente la "purezza" della lotta portata avanti dai Nuclei Armati Proletari, ma è una sensazione ingannevole provocata dalla capacità del libro di andare in profondità, di non limitarsi alla cronaca ma dare anche spunti per capire cosa fossero i NAP, cosa volessero.
L'attenzione ai sottoproletari, ai carcerati, ai rinchiusi nei manicomi-lager degli anni Settanta fornisce ai Nuclei un pericoloso consenso che finisce per provocare una violenta repressione da parte dello Stato, forse uno dei più efficaci sulle sigle della lotta armata in quegli anni. La parabola dei NAP è tragica, intrisa più di drammi che di successi, e Lucarelli accompagna bene il lettore in questo percorso, a mio avviso tenendo nel dovuto conto anche la sofferenza delle vittime, troppo spesso dimenticate e offuscate dal protagonismo di chi ha basato la propria "fortuna" su eventi criminosi.
Si sentiva la mancanza di un libro sui NAP, ed il fatto che sia un terreno così poco esplorato aggiunge interesse all'argomento, soprattutto perché merita attenzione il comportamento dello Stato nei riguardi dei Nuclei, affrontati duramente, mentre si lasciava sostanzialmente campo libero al rafforzamento delle Brigate Rosse proiettate verso il sequestro Moro.
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26 marzo 2010
Via Fani ore 9.02
Il caso Moro è ricco di interrogativi che si trascinano da più di trent'anni, il che fa supporre che certe risposte non arriveranno mai. Tuttavia esiste una risorsa preziosa, che se adeguatamente sfruttata può dire ancora molto. Si tratta dei documenti, delle testimonianze dirette, che grazie alle commissioni di inchiesta parlamentare sono state rese in buona parte accessibili al pubblico. Bianco e Castronuovo utilizzano queste fonti concentrandosi in particolare sull'agguato di Via Fani, e ne viene fuori un libro molto interessante e ben scritto, edito da Nutrimenti, a cura di Paolo Cucchiarelli, importante giornalista investigativo sui misteri d'Italia .
I testimoni oculari di quel tragico episodio furono numerosi, ed il libro distingue tre momenti, saggiamente individuati nei giorni antecedenti l'agguato, nell'agguato stesso, e la fase di fuga dei brigatisti con l'ostaggio.
Il resoconto delle dichiarazioni dei cittadini è intervallato da brevi approfondimenti che focalizzano alcuni passaggi chiave della vicenda, ed il fatto stesso di porre le domande giuste è già una risorsa, perché permette di individuare quanto sia fuori luogo dichiarare che tutto ciò che è importante è già stato scoperto o rivelato dai brigatisti dissociati.
Ad esempio, non è affatto secondario sapere come e dove si concluse la fuga dei terroristi, così come sapere dove venne portato realmente Aldo Moro, così come sapere perché le automobili usate per la fuga furono abbandonate in tempi diversi. E questo è solo una piccola parte di quanto emerge con forza dalla lettura di questo libro, corredato anche di utili cartine che associano i fatti ai luoghi. Se pensiamo che l'eccidio di Via Fani è solo un episodio della miriade che caratterizza il caso Moro, ci rendiamo conto di quanto sia apparentemente inspiegabile l'indifferenza dei cittadini nei riguardi di un mistero che condiziona ancora molto la nostra vita pubblica.
L'auspicio è che libri come questo siano da stimolo non tanto per studiosi e storici, ma per i cittadini comuni, e che siano sempre maggiori i contributi alla ricerca della verità.
14 febbraio 2010
Come funzionano i servizi segreti.
Un'inchiesta di Aldo Giannuli.
Scrivere di servizi segreti con l'ambizione di rivolgersi a tutti è un'impresa non da poco. Giannuli credo abbia colto nel segno, perché il suo saggio ha il merito di avere uno stile leggero, non accademico, ma efficace nel fornire un'introduzione completa ai vari aspetti dell'attività di intelligence.
Dopo un veloce viaggio alle origini dei servizi nella società contemporanea, Giannuli si addentra nel modo di agire delle agenzie di sicurezza, parlando sia di attività operative, sia di attività di "ufficio". Sono capitoli interessanti, buone basi per un successivo approfondimento, mai banali o romanzati.
Nella seconda parte del libro si analizza invece l'attività attuale dei servizi, con una panoramica sui terreni operativi, sulle tecniche, sulle strategie che accompagnano il percorso quotidiano e a lungo termine degli apparati di sicurezza nel mondo.
E' un libro sicuramente più adatto a chi è digiuno di questo argomento e vuole avere appunto un'introduzione, ma questo non rappresenta un difetto, perché le occasioni per specializzersi non mancano, mentre a volte è difficile avere un punto di partenza, specie in argomenti complessi come questo.
Ho apprezzato il realismo con il quale Giannuli mette i servizi in relazione alla democrazia, con le apparenti contraddizioni e le inevitabili eccezioni. E' curioso invece il frequente riferimento al "nuovo ordine mondiale", una terminologia frequentemente accostata a complotti, logge massoniche coperte, oscuri piani, allo stesso tempo, però, utilizzata apertamente da molti uomini politici.
Vorrei chiedere allora a Giannuli in quale accezione l'ha usata lui, e soprattutto cosa c'è di vero nelle teorie complottiste che l'accompagnano. Spero voglia chiarire, in fondo nel suo libro si parla anche di Trilateral....
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24 gennaio 2010
Anni di piombo.
Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato hanno realizzato per Sperling e Kupfer un libro ambizioso, con l’intento dichiarato di fornire un riferimento completo sugli anni più violenti e intricati della storia della Repubblica.
Questa completezza non c’è, perché ci vorrebbero ben più di settecento pagine, però ci sono andati molto vicini. Gli avvenimenti narrati sono numerosissimi, e molti tra loro sono sconosciuti ai più, e questo permette anche di dare una dimensione, un’idea dell’impatto degli Anni di piombo sulla società italiana. Spesso si limita l’analisi ai casi più eclatanti, ma gli omicidi furono tanti, e ognuno di essi fa parte della catena generale dei fatti, ma è anche una storia a sé: di uomini, di familiari, di dolore.
Gli episodi cardine sono analizzati con buona profondità, ed è importante la cronaca dei processi svolti, con un puntuale riferimento a condanne ed assoluzioni. È un importante libro di cronaca, più che di giornalismo investigativo, quindi è inutile cercare risposte sui misteri della repubblica, ma ci sono le domande giuste, sul perché e sul chi . La bibliografia e l’indice dei nomi sono ben fatti, così come le note a piè di pagina, che evitano il fastidioso “salto” a pagine successive.
Un’opera sicuramente interessante, quindi, anche perché realizzata da due giornalisti con alle spalle storie completamente diverse in quanto a militanza politica. Una particolarità che non genera mai nel lettore il sospetto di un racconto di parte, di una mancanza di obiettività nello sviscerare i fatti. Un altro pregio, a mio avviso, è l’analisi di fatti recenti, come il G8 di Genova o il ritorno in scena delle Brigate Rosse.
Un contributo per studiosi e non, sicuramente consigliato a chi è digiuno di certi argomenti e vuole affrontare quel periodo storico senza superficialità.
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18 novembre 2009
Neri!
Mario Caprara e Gianluca Semprini hanno scritto per la Newton un volume che merita attenzione. E' un vero e proprio manuale per orientarsi nella galassia dell'eversione nera dagli albori della Repubblica fino ai giorni nostri, e proprio nella completezza sta il suo maggior pregio. Chi studia questi argomenti sa bene che il percorso della destra eversiva è ricchissimo di episodi e personaggi, pertanto è necessario avere un quadro d'insieme che permetta contemporaneamente di scendere agilmente sul particolare. Mi sembra che il libro raggiunga questo risultato, anche perché è stato studiato in questo senso, con numerosi capitoli raggruppati per periodo storico, sfruttando una narrazione snella e precisa nelle fonti.
Non è solo una raccolta di notizie sparse e già note, vi sono anche elementi di novità, ad esempio sulla latitanza di alcuni esponenti di spicco, raccolte direttamente dagli autori.
Sugli anni di piombo è essenziale avere informazioni affidabili, e "Neri!" è un libro del quale fidarsi.
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